Ombre: La forma del destino prima del rumore.
Ilaria vede i ritagli della realtà. Sagome posticce, fredde, pulsanti, che appaiono dove qualcuno sta per morire. Le chiamiamo ombre, ma sono promesse di cenere. Oggi nel parco c’è il sole, le risate riempiono l’aria e le persone calpestano i propri spettri senza saperlo. Ilaria urla, ma voi la ascoltereste? O sareste tra quelli che ridono di lei mentre l’ombra vi scivola sotto i piedi? Un nuovo episodio che vi farà guardare il pavimento con occhi diversi.
Ombre
Ilaria camminava con il suo gruppetto di amiche vestita come sempre con piumino nero, sneakers bianche, coda. Erano tutte uguali, tutte vestite allo stesso modo, una piccola tribù di cloni difficilmente distinguibile dall’esterno. Era la loro identità e la loro forza.
Allegre e chiassose come solo un gruppo di adolescenti sa essere, si dirigevano fluttuando senza seguire una direzione coerente verso la gelateria, in un caldo pomeriggio primaverile post-scuola. Mentre dava una spinta ridendo alla sua migliore amica, Ilaria vide sull’asfalto dell’incrocio una strana ombra. Era netta e non seguiva le normali regole della luce. Assomigliava all’opera di un writer ma surreale e posticcia. Un ritaglio della realtà, una sagoma che non si capiva cosa volesse rappresentare.
Forse un cane. Di sicuro un cane, un cane “strano”, deforme.
La strana visione la colpì ma non era certo il momento di pensarci ed era molto più divertente prendere in giro Maria con insinuanti frecciatine per il flirt con Jack… che sfigati!
Quello che accadde fu tutto molto rapido e spaventò le ragazze tanto da renderle per i minuti successivi serie e composte. Se avessero guardato la strada avrebbero potuto notare un motorino lanciato in mezzo all’incrocio senza rispettare il rosso e una piccola auto sbandare per evitarlo ed investire un cane che era di passaggio a lato della strada, libero e senza padroni.
Quello che sentirono fu una frenata improvvisa, un guaito e un vociare contrito con il sottofondo di un motorino in fuga. Si avvicinarono alla zona dell’incidente. La donna che era nella macchina, ora in piedi di fianco alla vettura, guardava la strada coprendosi la bocca, visibilmente sotto shock. Le ragazze prima videro l’ammaccatura sull’auto e poi il corpo del povero animale deformato dall’impatto, sfigurato e immerso nel sangue.
Ilaria riconobbe la forma: era quella della strana ombra che ora giaceva sotto al corpo senza vita del cane. Un brivido freddo la fece scuotere come una scossa elettrica. Le amiche non ci fecero caso, era una scena davvero pietosa e da sempre Ilaria era considerata una ragazza molto sensibile.
Non ne parlò con nessuno, con chi del resto avrebbe potuto parlarne? Era così folle quello che aveva visto… o magari creduto di vedere. Pensò che se non nominava l’accaduto, la cosa non sarebbe realmente esistita e lei preferì cancellare tutto dalla memoria; o almeno ci provò, fino a un evento che la segnò nel profondo.
Erano passati sei mesi quando andò a trovare la vecchia nonna in ospedale. Era ricoverata ormai da una settimana a causa di uno strano calo di pressione. Questo era quello che lei sapeva. Aveva un po’ di timore all’inizio, ma una volta nella stanza la trovò sorridente ed allegra. Fu davvero un sollievo e la visita fu piacevole fino al momento in cui la nonna chiese alla mamma di Ilaria di aiutarla ad alzarsi per andare al bagno.
Quando la nonna scese dal letto Ilaria rimase impietrita con lo sguardo fisso al materasso. Osservava un’ombra. Un ritaglio della realtà della forma di nonna. Era netta, surreale e posticcia, densa come il catrame e fredda al tatto come la morte. Una lacrima scese sulla guancia e un senso di ineluttabilità la pervase. La stanza era soffocante e le mancava l’aria. Non sapeva cosa fare. Rimase immobile senza riuscire a distogliere lo sguardo dall’ombra che pulsava sul letto.
Nonna tornò dal bagno assistita dalla mamma e si sdraiò esattamente sopra alla macchia. Ilaria non sapeva cosa dire, la abbracciò. Era morbida e delicata: come poteva essere arrivato il suo momento? La baciò e poi uscì con la mamma per andare a casa dandole un ultimo amaro sorriso, incapace di fare altro.
La mamma le parlava serena, contenta delle condizioni di nonna, ma lei non ascoltava; era assorta nei suoi pensieri, voleva solo avere torto ma era certa di quello che sarebbe successo. Non disse nulla alla madre. Avrebbe dovuto? Dieci minuti dopo essere partite in auto, ricevettero una chiamata dall’ospedale.
Al funerale tutto le sembrava sbagliato. Perché vedeva quelle ombre?
Pensate a una ragazzina in piena adolescenza, pensate a quale peso le era stato dato. La sua “assenza”, il suo modo di astrarsi e rimanere in silenzio fu semplicemente etichettato come crisi adolescenziale. Nessuno pensò che potesse esserci qualcosa di più profondo ed inquieto che si muoveva nel suo animo. Ilaria continuò a nascondere tutto anche se ormai era consapevole della sua maledizione. Sì, perché come puoi definire questo come un dono? Chiuse come poteva gli occhi e, se le capitava di vedere ombre posticce, faceva finta di nulla guardando altrove.
Divenne sempre più silenziosa, solitaria. Anche le amiche la ritenevano ormai “strana” e, senza rendersene conto, la allontanarono poco per volta fino quasi a renderla un’estranea.
Quel pomeriggio era sola nel parco. Era una bella giornata di primavera, come quella di tre anni prima. L’aria era leggera, le risate risuonavano e tutto chiedeva di fiorire. Ilaria era cresciuta molto ed aveva cambiato stile rispetto alle vecchie amiche. Vestiva solo di nero, l’unico colore che sentiva di poter indossare circondata com’era da morte e segreti. Era bella, e se non avesse avuto quell’aura così pesante che spegneva le risate nei corridoi della scuola quando passava, sarebbe stata corteggiata da molti. Lei preferiva non affezionarsi a nessuno; non avrebbe sopportato di vedere l’ombra di qualcun altro a cui voleva bene.
Quel pomeriggio al parco, camminando nell’aria calda, iniziò a vedere delle ombre. Pensò che morire in una giornata del genere era una vera cattiveria. Girò la testa, ma scorse un’altra sagoma, poi molte altre. Il parco era interamente ricoperto da sagome grigie, scure, nette e posticce.
Involontariamente le lacrime iniziarono a rigarle le guance. Vide le coppiette stese sorridenti sull’erba e, sotto di loro, le ombre scure allargarsi sempre più nette. Provò ad avvisarli. Non so cosa disse, ma la guardarono come una matta mentre lei continuava a piangere, urlando che dovevano andarsene, che lì era pericoloso. Ci furono risate… insulti. Mentre le persone ridevano di lei, le loro ombre pulsanti gridavano l’orrore imminente con il loro lugubre silenzio.
Nessuno le dava più ascolto. Le passavano a fianco guardandola con diffidenza. Una pazza. Ad un tratto Ilaria si asciugò le lacrime e si fermò in un punto preciso del prato, al fianco di una betulla.
Aveva visto un’ombra alta come lei. Un’ombra con la sua stessa pettinatura, con la sua tipica posa di quando si appoggiava a un albero a pensare. Assomigliava in tutto e per tutto a lei. Appoggiò la mano sulla sagoma avvertendo il contrasto freddo sul palmo caldo; ne sentì il battito pulsante, sincronizzato al ritmo del suo cuore. Pensò che fosse tutto semplicemente perfetto. Tutto era al proprio posto.
Poco prima dell’impatto le ombre si fecero ancora più nette, passando dal grigio scuro a un nero profondo. Poi avvertì uno spostamento d’aria e dal cielo un sibilo che squarciò l’anima.
I giornali il giorno dopo titolavano “Aereo precipita nel parco”, ma noi che ormai sappiamo non possiamo ignorare la verità che nessuno volle ascoltare. A volte è follia credere a un folle, ma a volte le ombre non sono solo ombre e penso che anche tu, come loro, non avresti creduto alla voce di Ilaria. O mi sbaglio?